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SPACE INSIDER

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IL RITORNO DELL'UOMO INTORNO ALLA LUNA
Dunque no, non è stato un pesce d’aprile. Alle 18,35 del 1° aprile 2026 (ora americana, qui era da poco passata mezzanotte), dalla storica rampa 39B del Kennedy Space Center, in Florida, un razzo alto quasi cento metri ha riacceso qualcosa che sembrava appartenere al passato: il viaggio umano verso la Luna. Ormai lo sanno tutti (o quasi): la missione si chiama Artemis II, ed è il primo ritorno dell’uomo nello spazio profondo dopo più di mezzo secolo. Non un semplice volo, ma un passaggio di testimone tra epoche: dall’era Apollo a quella che dovrà portarci stabilmente tra la Luna e Marte.
A bordo della capsula Orion – nome in codice Integrity – quattro astronauti: Reid Wiseman, comandante; Victor Glover, pilota e primo afroamericano oltre l’orbita terrestre; Christina Koch, prima donna a dirigersi verso la Luna; e Jeremy Hansen, primo canadese su questa rotta. I “fab four dello spazio” che si sono spinti fino a 406.771 chilometri dalla Terra, portando l'esplorazione umana più lontano che mai. A proposito di distanze, infatti, vale la pena ricordare un episodio passato alla storia. Nel 1970 la missione Apollo 13 fu costretta a cambiare completamente profilo dopo l’esplosione di un serbatoio di ossigeno a bordo. Rinunciato l’allunaggio, l’equipaggio utilizzò una traiettoria di ritorno libero attorno al lato nascosto della Luna per rientrare sulla Terra. Proprio durante questa manovra la navicella raggiunse la massima distanza mai toccata da esseri umani, oltre 400.000 chilometri dal nostro pianeta.
Dieci giorni di missione, dunque. Una traiettoria. E soprattutto, una domanda: siamo davvero pronti a tornare… per restare? Per provare a capirlo servono principalmente due cose: un sistema completamente nuovo e che tutto funzioni alla perfezione. Il protagonista è il razzo Space Launch System (SLS), un colosso da 98 metri di altezza e 2.600 tonnellate. Al momento del decollo sviluppa una velocità che arriva fino a circa 39.000 chilometri orari, grazie a una spinta complessiva che supera gli 8 milioni di libbre. Una macchina pensata per fare una cosa sola: portare esseri umani lontano, molto lontano.
In cima, la capsula Orion, alta 8 metri, progettata per missioni nello spazio profondo. Più grande e più avanzata rispetto ai moduli di comando delle missioni Apollo, con circa il 57% di volume abitabile in più. Non certo un monolocale, ma uno spazio abitabile di circa 10 metri cubi sufficiente per sostenere un equipaggio per una missione di circa dieci giorni, con sistemi di supporto vitale, avionica, comunicazioni e autonomia energetica garantita dai grandi pannelli solari. Una volta separata dal razzo, Orion diventa una navicella indipendente: 33 motori, traiettoria precisa e una distanza totale percorsa di 1.117.659 chilometri.
La traiettoria è studiata al millimetro: uscita dall’orbita terrestre, sorvolo del lato nascosto della Luna, punto massimo oltre il satellite e ritorno. Una missione che non atterra, ma prepara tutto ciò che verrà dopo. Perché se Artemis II funziona, le prossime missioni riporteranno davvero l’uomo sulla superficie lunare.

DALLA WHITE ROOM AL COUNTDOWN: I MOMENTI PRIMA DEL LANCIO
Se il momento del decollo dura pochi secondi, la missione comincia molto prima. Sono le 14,31 del 1° aprile quando i quattro astronauti di Artemis II iniziano a salire a bordo della navicella Orion. È un passaggio che ha qualcosa di epico, rituale e chirurgico insieme: ogni gesto è codificato, ogni movimento ha un peso. Prima di entrare, si fermano nella White Room, la stanza sospesa all’estremità del braccio di accesso alla rampa 39B. È uno spazio simbolico, bianco, essenziale, che accompagna i voli umani fin dai tempi del programma Gemini. Qui, come da tradizione, gli astronauti firmano le pareti: un gesto semplice, ma potentissimo. È l’ultimo segno lasciato sulla Terra prima di chiudersi dentro la navicella.
Poi si passa alla procedura d’ingresso. Gli astronauti vengono assistiti dall’equipaggio di chiusura. Indossano i caschi e i guanti del sistema di sopravvivenza Orion, salgono a bordo uno alla volta e si sistemano nei sedili. Le comunicazioni vengono verificate, le connessioni vocali testate con il controllo missione. Ogni cavo, ogni interfaccia, ogni sistema viene controllato più volte. A quel punto inizia una delle fasi più lunghe e delicate: la chiusura del portello. Non è un semplice “chiudere una porta”. È un’operazione che può richiedere fino a quattro ore. Le squadre lavorano per verificare guarnizioni, allineamenti, pressione. Anche un dettaglio microscopico – una minima imperfezione nella tenuta – potrebbe compromettere la sicurezza dell’equipaggio. Vengono eseguiti controlli di perdita sulle tute, test di comunicazione, verifiche di integrità della cabina. Il portello viene chiuso, bloccato, testato. Orion diventa un ambiente sigillato, autonomo, pronto al volo.

Quando l’equipaggio di chiusura lascia la rampa, succede qualcosa di definitivo: la responsabilità passa completamente al team di controllo del lancio.
Qui l’imperativo è uno solo: tutto deve funzionare. Mentre gli astronauti sono già seduti dentro Orion, fuori la macchina continua a lavorare. Gli ingegneri affrontano e risolvono una serie di problemi tecnici: un sistema di comunicazione legato alla sicurezza del volo, sensori che mostrano valori anomali, verifiche sull’hardware critico. Ogni anomalia viene analizzata e chiusa. Il meteo è favorevole, con un 90% di probabilità di lancio.
Intorno alle 18,22 arriva uno dei momenti più carichi di tensione: il sondaggio “go/no-go”. Tutti i responsabili dei sistemi confermano che è possibile procedere. È il culmine di anni di lavoro. Pochi minuti dopo, il conto alla rovescia entra nella fase finale. Il sequencer automatico prende il controllo: da qui in avanti, ogni comando è sincronizzato al millisecondo. Pressurizzazione dei serbatoi. Passaggio all’alimentazione interna. Attivazione dei sistemi di volo. La macchina è pronta. Gli astronauti sono pronti. La Terra sta per lasciarli andare.
IL MOMENTO DEL LIFT-OFF: LA TERRA CHE TREMA, LO SPAZIO CHE SI APRE
Alle ore 18,35 EDT, il tempo si azzera. I motori RS-25 si accendono. Poi i booster a propellente solido esplodono in potenza: 8,8 milioni di libbre di spinta. Il razzo si stacca dalla rampa. Gli ombelicali si sganciano. Artemis II è in volo. Nei primi due minuti, i booster forniscono oltre il 75% della spinta. Poi si separano, lasciando allo stadio centrale il compito di continuare l’ascesa. A poco più di otto minuti dal lancio, il motore principale si spegne e il razzo entra nella fase successiva. Le carenature si separano e Orion emerge completamente. Il dispiegamento delle ali solari è uno dei passaggi chiave: quattro pannelli, 15.000 celle ciascuno, si aprono nello spazio fino a un’apertura di circa 63 piedi. Da quel momento, Orion è autonoma. Produce energia, comunica, vive. Il viaggio è iniziato davvero. Le manovre di rialzo del perigeo e dell’apogeo modellano l’orbita terrestre iniziale. Una breve perdita di comunicazione viene rapidamente risolta. Tutto rientra nei parametri. Tra i test più importanti delle prime ore di volo c’è anche la dimostrazione di operazioni di prossimità. L’equipaggio guida manualmente Orion attorno allo stadio ICPS, utilizzandolo come obiettivo. Movimenti controllati, avvicinamenti fino a poche decine di piedi, test di manovrabilità senza GPS. È qui che si costruiscono le basi per le future missioni in orbita lunare, dove ogni movimento dovrà essere preciso al centimetro.
Mentre tutto questo accade, la missione ricorda anche la sua dimensione più concreta: un’anomalia nel sistema bagno viene segnalata e risolta in collaborazione con il controllo missione. Perché anche nello spazio profondo, ormai lo sappiamo, l’esplorazione resta un equilibrio tra tecnologia e quotidianità. E a proposito di quotidianità, anche nello spazio profondo si mangia. E non poco. Per Artemis II la NASA ha previsto una dispensa da 189 voci, pensata non solo per nutrire, ma anche per sostenere il morale dell’equipaggio durante i dieci giorni di missione. A bordo della capsula Orion non ci sono frigoriferi: tutto il cibo è “shelf-stable”, quindi liofilizzato o termostabilizzato. Nel menù compaiono piatti iconici della tradizione americana come brisket al barbecue, maccheroni al formaggio e chili con carne, accanto a proposte più internazionali come il curry di pollo. Non mancano dettagli simbolici, come lo sciroppo d’acero pensato per Jeremy Hansen.
La varietà è fondamentale per evitare la cosiddetta menu fatigue, la noia alimentare che può incidere anche sull’equilibrio psicologico degli astronauti. Ma nello spazio anche mangiare richiede accorgimenti: niente pane, per evitare briciole potenzialmente pericolose per i sistemi elettronici, sostituite da decine di tortillas. Per compensare la riduzione del gusto dovuta alla congestione nasale, sono previste diverse salse piccanti. E il caffè non manca: decine di tazze accompagneranno l’equipaggio lungo il viaggio. Ogni pasto viene rigenerato con acqua e riscaldato attraverso un sistema compatto.
UN PECCATO DI GOLA DA 76 MILA DOLLARI
Tra le immagini più sorprendenti della missione, ce n’è una che ha fatto rapidamente il giro del mondo: un barattolo di Nutella che fluttua all’interno della capsula Orion. Comparso durante una diretta poco prima del superamento del record di distanza, è diventato uno dei simboli più umani – e inaspettati – di Artemis II. Quel barattolo, che la NASA ha chiarito essere parte delle scorte personali dell’equipaggio, ha stabilito un primato curioso: è probabilmente uno degli alimenti arrivati più lontano dalla Terra, oltre i 406.000 chilometri.
Ma quanto è costato portarlo fin lì? Secondo le stime basate sul costo al chilogrammo della missione, il trasporto di un barattolo da circa 500 grammi può essere quantificato in circa 75.926 dollari. Una cifra che non rappresenta un costo reale dedicato, ma che rende perfettamente l’idea: nello spazio, ogni grammo vale oro. Dal punto di vista tecnico, la sua presenza è tutt’altro che casuale. Orion non dispone di frigoriferi e tutti gli alimenti devono essere shelf-stable, ovvero stabili a temperatura ambiente. La Nutella, energetica e compatta, risponde perfettamente a queste esigenze. Anche il contenitore è pensato per lo spazio: plastica PET invece del vetro, per evitare qualsiasi rischio legato alla frammentazione in microgravità. Un dettaglio che racconta meglio di molti altri il lato quotidiano dell’esplorazione: anche a centinaia di migliaia di chilometri dalla Terra, il palato vuole la sua parte.

LA MISSIONE ENTRA NEL VIVO
Il Giorno 2 segna il momento in cui la missione cambia scala: non più test in orbita, ma viaggio verso la Luna. Da qui in avanti, l’equipaggio entra a tutti gli effetti nello spazio profondo.
Tra una verifica e l’altra dei sistemi, gli astronauti iniziano anche le prime attività a bordo: sessioni di esercizio con un dispositivo compatto a volano, progettato per garantire resistenza fisica in uno spazio ridotto, e controlli sui carichi scientifici, incluso l’esperimento AVATAR. Nel frattempo prende forma il piano di osservazione lunare, che nei prossimi giorni porterà l’equipaggio a documentare crateri, colate laviche e strutture della superficie, fino a un evento raro come l’eclissi solare durante il sorvolo del 6 aprile (vedere sotto).
Dopo il distacco dalla Terra, la missione Artemis II entra dunque nel vivo. Tra il Giorno 2 e il Giorno 3, la vita a bordo comincia a strutturarsi. L’equipaggio – Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen – entra in una routine fatta di controlli, test e adattamento fisico.
Uno degli elementi più interessanti riguarda il sistema di esercizio: un dispositivo compatto a volano, dal peso di appena 30 libbre, capace però di generare resistenze fino a 400. È qui che si gioca una delle sfide meno visibili ma più cruciali delle missioni spaziali: contrastare la perdita di massa muscolare in assenza di gravità. Parallelamente vengono monitorati i sistemi di supporto vitale, dalla qualità dell’aria al comportamento della navicella in risposta ai movimenti dell’equipaggio. Nel Giorno 5, la distanza dalla Terra diventa percepibile non solo nei numeri ma nello sguardo. Il pianeta appare sempre più piccolo dai finestrini di Orion, sospeso nel nero assoluto. È uno di quei momenti che segnano la missione.
Proprio in questa fase vengono eseguiti test completi sulle tute di sopravvivenza: verifiche di tenuta, mobilità e funzionalità in condizioni operative reali. Non si tratta di semplici indumenti protettivi, ma di sistemi autonomi in grado di garantire la sopravvivenza dell’equipaggio in scenari critici. Tra il Giorno 5 e il Giorno 6, la missione entra nella sua fase più delicata: l’avvicinamento alla Luna. L’ingresso nella sfera di influenza gravitazionale lunare avviene intorno alle 00:41 EDT del 6 aprile. A bordo, ogni attività è pianificata con precisione: gli astronauti conducono osservazioni mirate della superficie, analizzando crateri, dorsali e antiche colate laviche. Un nuovo cratere viene dedicato a Carroll Wiseman, la moglie del comandante Reid Wiseman, scomparsa nel 2020. Non è solo contemplazione, ma raccolta dati, già proiettata verso le missioni future. È in questo contesto che si verifica uno degli eventi più spettacolari: un’eclissi solare osservata dallo spazio. Il Sole scompare dietro la Luna, lasciando emergere la sua corona luminosa. Un fenomeno rarissimo sulla Terra, qui vissuto in una dimensione completamente diversa, anche dal punto di vista scientifico. Durante il flyby, Orion supera un limite simbolico: quello stabilito dall’Apollo 13. La capsula raggiunge una distanza di circa 406.700 chilometri dalla Terra, diventando la missione con equipaggio umano più lontana degli ultimi cinquant’anni.

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LA SCIENZA A BORDO DI ARTEMIS 2
C'è un'altra missione dentro la missione. Artemis II infatti è un laboratorio volante. Gli astronauti non sono solo piloti, ma soggetti di ricerca: durante la missione raccolgono campioni di saliva, indossano sensori per monitorare sonno e attività, partecipano a studi su comportamento, cognizione e dinamiche di gruppo.
L’obiettivo è chiaro: capire cosa succede al corpo umano quando si allontana davvero dalla Terra e entra nello spazio profondo. A questo proposito, gli studi sui biomarcatori immunitari analizzeranno come il sistema immunitario reagisce allo spazio profondo, dove radiazioni e stress possono riattivare virus dormienti. Il programma ARCHeR monitorerà sonno, stress e prestazioni cognitive, elementi fondamentali per missioni lunghe e isolate. Le misure standard raccoglieranno dati fisiologici completi, dall’equilibrio alla funzione cardiovascolare, fino alla salute neurologica. Perché prima di arrivare su Marte, bisogna capire se il corpo umano è in grado di reggere il viaggio.
Oltre l’orbita terrestre, infatti, lo spazio cambia. Le radiazioni aumentano. La protezione della Terra diminuisce. L’ambiente diventa più ostile. Per questo Orion è equipaggiata con sensori, dosimetri e sistemi di monitoraggio distribuiti nella cabina. Gli astronauti stessi portano strumenti per misurare l’esposizione in tempo reale. A questo si aggiungono i CubeSat, piccoli satelliti rilasciati durante la missione, che studieranno il meteo spaziale, le radiazioni e l’ambiente magnetico. Sono dati fondamentali, perché senza comprenderli, nessuna missione a lungo termine sarà davvero possibile.
Tra gli esperimenti più avanzati c’è AVATAR. Non è fantascienza, ma ci va vicino. Si tratta di piccoli dispositivi, grandi quanto una chiavetta USB, che contengono cellule degli astronauti e simulano il comportamento di tessuti umani. Veri e propri modelli biologici che viaggiano nello spazio insieme all’equipaggio. Questi “organ chip” studiano come radiazioni e microgravità influenzano il corpo a livello cellulare, in particolare il midollo osseo, fondamentale per il sistema immunitario. L’obiettivo è duplice: capire i rischi per gli astronauti e sviluppare contromisure personalizzate, fino alla creazione di kit medici su misura per ogni missione. Ma le implicazioni vanno oltre: dalla ricerca sull’invecchiamento alle terapie contro il cancro, AVATAR potrebbe avere ricadute dirette sulla medicina terrestre.

LA CRONACA DEGLI ULTIMI MINUTI
Venerdì 10 aprile, la missione entra nella sua fase conclusiva. La copertura in diretta sui canali NASA prende il via alle 18,30 (ora italiana), accompagnando le ultime ore di volo della capsula Orion nel suo rientro verso la Terra.
Intorno alle 19,15 EDT, l’equipaggio completa le operazioni di preparazione al rientro, mentre la navicella passa dal Deep Space Network al sistema di comunicazione in prossimità terrestre, garantendo continuità nei contatti con il controllo missione. Alle 19,33 EDT avviene uno dei passaggi chiave: la separazione del modulo equipaggio dal modulo di servizio. Quest’ultimo è destinato a disintegrarsi nell’atmosfera sopra il Pacifico, mentre la capsula prosegue la sua traiettoria verso la Terra, orientando lo scudo termico nella posizione corretta per affrontare il rientro.
Pochi minuti dopo, Orion esegue una manovra di assetto fondamentale per stabilizzare la capsula e prepararla all’ingresso atmosferico. Il momento più critico arriva alle 19,53 EDT: la navicella incontra gli strati più alti dell’atmosfera terrestre a circa 400.000 piedi di quota, viaggiando a 35 volte la velocità del suono. È qui che inizia la fase più estrema del rientro: il plasma avvolge la capsula, generando un blackout delle comunicazioni di circa 6 minuti, previsto e perfettamente gestito. Alle 20 EDT il contatto viene ristabilito. Orion è ormai in discesa guidata verso il Pacifico. A 23.400 piedi di quota si aprono i paracadute di stabilizzazione, riducendo rapidamente la velocità e allineando la capsula per la discesa finale. Un minuto dopo, a 5.400 piedi, entrano in funzione i tre paracadute principali: è il passaggio che trasforma una caduta controllata in un rientro preciso.
Poi, il momento tanto atteso. Alle 20,07 EDT (02,07 ora italiana, nella notte tra il 10 e l’11 aprile), la capsula Orion ammara nell’Oceano Pacifico al largo di San Diego, completando con successo una missione di quasi dieci giorni intorno alla Luna. Nei minuti successivi, mentre la capsula galleggia stabilizzata sull’acqua, iniziano le operazioni di recupero. Le squadre NASA e militari si avvicinano con imbarcazioni gonfiabili per mettere in sicurezza il veicolo. Intorno alle 21,34 EDT, l’equipaggio viene estratto dalla capsula e trasferito su una zattera gonfiabile, segnando il ritorno effettivo degli astronauti sulla Terra. Pochi minuti dopo gli astronauti vengono issati su elicotteri della Marina statunitense e trasportati verso la USS John P. Murtha, la nave incaricata del recupero, dove iniziano le valutazioni mediche post-missione prima del rientro a Houston.
Per tutte le immagini in questo articolo credits @Nasa. Per aggiornamenti in tempo reale si può seguire @NASAArtemis su X, Facebook e Instagram . La copertura in diretta della missione è disponibile sul canale YouTube della NASA.
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