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MAURIZIO MASCHIO

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REPORTAGE

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COPENAGHEN G-ASTRONOMICA

TRA GUSTO, SCIENZA E ARCHITETTURA

UN ITINERARIO TRA LUCE NORDICA, ARCHITETTURE D'AVANGUARDIA, SAPORI E ARTE VISIONARIA: PRIMA PARTE DEL REPORTAGE DEL G-ASTRONAUTA DALLA CAPITALE DANESE, DOVE LA CITTà INCONTRA IL CIELO E IL FUTURO PRENDE FORMA

 

Quattro giorni non bastano per esplorare tutte le meraviglie della capitale danese, ma bastano per lasciarsi travolgere dall’atmosfera frizzante, creativa e cosmopolita che avvolge Copenaghen, metropoli da quasi 1 milione e 400 mila abitanti nell’area urbana (di cui oltre 640 mila nel solo comune). È una città stratificata e sorprendente, capace di unire il rigore nordico alla vitalità dei grandi crocevia culturali europei. Prima di addentrarci nel percorso, vale la pena ricordare dove siamo. Copenaghen si trova sulle isole di Selandia e Amager, separata dalla città svedese di Malmö dall’Øresund, lo stretto attraversato dal celebre ponte. In danese si scrive København, che significa “porto dei mercanti”: un nome che racconta già l’anima storica della città, punto strategico per commerci e scambi fin dal Medioevo.

 

Ciò che colpisce subito il visitatore è l’alto senso civico dei suoi abitanti: rispetto, attenzione al bene comune, un’eleganza naturale nei comportamenti. Copenaghen è una delle città più sicure e sostenibili d’Europa, premiata per la qualità della vita e per progetti urbanistici che ridefiniscono l’ambiente attraverso il verde, l’acqua e la luce. Ci sono oltre 350 km di piste ciclabili, e una metropolitana che funziona 24 ore su 24, 7 giorni su 7, rendendo superfluo l’uso dell’auto. Tutto questo le è valso il titolo di World Capital of Design fino al 2026.

 

Gli spazi “verdi e blu” sono una presenza costante: dal grande Frederiksberg Have all’Ørstedsparken, fino al Kastellet, la fortificazione a stella che sembra uscita da un atlante antico. Lo stesso sistema dei laghi interni – come Sortedams Sø e Sankt Jørgens Sø – scandisce il ritmo quotidiano della città, offrendo ai residenti uno spazio di calma e riflessione a pochi minuti dal centro. Non è un caso che proprio qui, dal 1994, abbia sede l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), il polo scientifico dell’Unione dedicato a ambiente, clima e sostenibilità.

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GIORNO 1 — VESTERBRO, PLANETARIUM "TYCHO BRAHE" E RISTORANTE GEMINI

 

Visitare Copenaghen a dicembre richiede qualche accortezza: le temperature difficilmente superano i 5–6 gradi, anche nelle giornate di sole, e il vento può essere pungente. 

 

La ricetta perfetta è quella nordica: vestirsi a strati, scarpe pesanti, cappellino e guanti sempre in tasca, soprattutto se si decide — come ho fatto io — di esplorare la città a piedi o in bicicletta. Con queste basi, dicembre diventa il mese migliore per cogliere la città nella sua luce invernale, morbida e radente.

 

La mia base è l’Annex - Absalon Hotel, nel quartiere di Vesterbro, zona giovane, creativa, multietnica, ricca di caffetterie, piccole gallerie, spazi indipendenti. È una porta d’ingresso ideale: dinamica, autentica, con quella estetica urbana che unisce ordine danese e vibrazioni internazionali.

 

Da qui raggiungo in pochi minuti la prima tappa del viaggio: il Planetarium "Tycho Brahe", affacciato sul lago Sankt Jørgens Sø. All’ingresso mi accolgono una piccola lounge area e un bookstore, perfetti per iniziare a percepire il carattere del luogo — scientifico sì, ma caldo, familiare, accessibile.

 

La visita parte dalla grande mostra To Space and Back – Rummet T/R, cuore centrale dell’esperienza, ma è con Kosmos che tutto comincia. È un prologo pensato per mettere il visitatore al centro dell’universo: maxischermi interattivi e superfici visive a 360 gradi ricreano ambienti cosmici e una spettacolare simulazione del Big Bang. La sezione, sviluppata con la londinese 59 Productions, è un’esplosione di effetti visivi e contenuti scientifici contemporanei; non a caso ha vinto nel 2018 l’Ecsite Award come “Successo Sostenibile” per il suo approccio inclusivo e immersivo all’astrofisica.

 

Kosmos è costruita attorno a un’idea potente: tutto ciò che siamo proviene dall’universo. L’idrogeno dell’acqua nelle nostre cellule nasce dal Big Bang; il carbonio del DNA si forma nelle stelle; il ferro del sangue proviene dai nuclei stellari; lo zinco — fondamentale per il sistema immunitario — è generato dalle supernove. Il Planetario lo racconta con una chiarezza sorprendente, trasformando concetti complessi in immagini immediate.

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Il percorso prosegue nella mostra Rummet T/R, che esplora i temi dell’esistenza, della nostra relazione con la Terra e dello spazio, e dei dilemmi etici dell’esplorazione. Uno dei contributi più vivaci è quello dell’astronauta danese Andreas Mogensen, che racconta la vita quotidiana sulla ISS: come si mangia, come si dorme, come si resta umani a centinaia di chilometri dalla Terra. È un racconto diretto, pragmatico, che rende tangibile l’esperienza extraterrestre.

 

Charlotte, la gentilissima addetta stampa del Planetario, mi consiglia la proiezione di Vores smukke solsystem, versione danese del film Touch the Stars, visibile anche con narrazione in inglese tramite cuffie disponibili alla biglietteria. Un consiglio prezioso: la pellicola è un viaggio immersivo nel Sistema Solare, perfetto da vivere sotto la cupola proiettiva, la più grande cupola planetaria inclinata d’Europa, animata da proiettori laser 8K che restituiscono immagini di una nitidezza sbalorditiva.

 

Tra una sezione e l’altra si incontra anche una delle opere più celebri del Planetarium: Cosmic Threads di Tomás Saraceno, una gigantesca rete argento-nera lunga 42 metri e alta 25, composta da 14.615 fili e 723 punti d’ancoraggio, ispirata alla Nebulosa Tarantola, alla Spiderweb Galaxy e alla Black Widow Galaxy. Un lavoro che oscilla tra arte e scienza: galassie d’ombra, riflessi, echi di materia oscura. Camminarci accanto significa percepire allo stesso tempo fragilità e interconnessione — un’estetica che spiega senza parole ciò che i numeri non riescono a trasmettere.

Ma il Planetario custodisce anche due tesori reali: un frammento da 650 kg del meteorite di ferro Agpalilik, parte del grande meteorite di Cape York caduto millenni fa in Groenlandia; la più grande pietra lunare esposta fuori dagli Stati Uniti, raccolta durante la missione Apollo 17 nel 1972. Un pezzo di basalto e ilmenite di 206,6 grammi proveniente dal cratere Camelot, testimonianza diretta dell’evoluzione geologica della Luna. La storia del meteorite e del suo recupero è avventurosa: trasportato per chilometri su una slitta d'acciaio, studiato per decenni, parte di uno dei materiali più antichi a nostra disposizione per comprendere il Sistema Solare.

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La visita è un percorso continuo di sorprese, e quando si esce, l’ambiente attorno ai laghi sembra ancora più quieto. Perfetto quindi proseguire con una tappa gastronomica che dialoghi con questa stessa sensibilità: il ristorante Gemini, accanto al Planetario, affacciato sulle acque del Sankt Jørgens Sø. 

 

Lo chef Toke Forsting Hansen lavora con ingredienti nordici, stagionali, sostenibili. Il mio percorso gustativo s'inizia con un parmesan blini con melanzana e sesamo, essenziale, fragrante. Segue la Tartare Gemini, descritta così in carta: rygeostcreme, purløgsmayonnaise, jordskokkechips e syltede bøgehatte. È un piatto costruito in sottrazione: crema di rygeost, formaggio fresco affumicato tipico danese; maionese al porro; chips di topinambur; piccoli funghi marinati. Un equilibrio calibrato, che alterna cremosità, acidità e note affumicate.

 

Il secondo è un merluzzo al vapore con crema alle erbe, topinambur marinato, nocciole, vinaigrette allo yuzu e una Sandefjordsauce con uova di trota. Un piatto luminoso, preciso, limpido nei sapori. 

 

In abbinamento, scelgo un calice di Pinot Noir 2024 Levigato della Cantina Soligo (Veneto), che accompagna il tutto con eleganza e una piacevole sottigliezza aromatica.

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DAI GIARDINI DI TIVOLI ALL'HUSET (CON BASTARD CAFÈ)

 

Terminato il pranzo, a metà pomeriggio è già buio e proseguo verso i Tivoli Gardens, splendidi in veste natalizia: luci calde che si riflettono sulle facciate in legno, profumi di cannella, cardamomo e vin brûlé, giostre vintage che si accendono come lanterne nella sera e piccoli chioschi che sembrano usciti da un racconto nordico. È uno di quei luoghi in cui il Natale non è un tema decorativo, ma una vera ambientazione: ovunque bambini, famiglie, coppie, un senso di intimità collettiva che solo Copenaghen sa creare quando cala il buio.

 

Da lì imbocco la Strøget, una delle vie pedonali più lunghe d’Europa, che da Rådhuspladsen conduce fino a Kongens Nytorv, passando tra boutique, caffè storici, vetrine illuminate e un flusso continuo di persone. In fondo alla via, la grande piazza si apre come un palcoscenico: qui si trova l’elegante e maestoso Magasin du Nord centro commerciale in stile Galeries Lafayette, e proprio qui, ogni inverno, viene allestita la pista di pattinaggio circondata dalle casette in legno dello street food, che trasforma la piazza in uno dei punti più suggestivi della città. 

 

Le note delle canzoni natalizie si mescolano allo scricchiolio del ghiaccio sotto le lame dei pattini, mentre il vento che arriva dal porto porta con sé l’odore dell’inverno scandinavo.

Quando la temperatura si abbassa e la luce diventa un blu profondo, raggiungo il Huset-KBH, storico centro culturale nel cuore della città con attiguo Bastard Cafè: cinema indipendente, sale da concerto, teatro, club, spazi sperimentali e laboratori artistici. A colpirmi è soprattutto la sala ristorante, che propone una forma di socialità serale che ho ritrovato in diversi locali della città: i giochi da tavolo. Sugli scaffali alle pareti ce ne sono letteralmente centinaia, e mentre si mangia — tra un piatto nordico e un boccale di birra — ci si sfida ai grandi classici danesi come Partners, Bezzerwizzer e Hint. Un modo semplice e intelligente per trasformare la cena in un momento condiviso. Un luogo vivo, dove si incrociano studenti, creativi, musicisti e viaggiatori. È uno degli indirizzi simbolo della scena culturale danese, e la sua energia (mai invadente, sempre spontanea) racconta alla perfezione il fermento che anima Copenaghen anche nelle serate d’inverno.

 

È qui che si chiude il mio primo giorno: tra scienza, luci natalizie, arte, musica e una città che, al primo sguardo, ti fa sentire accolto. Un giorno di orientamento, scoperta e meraviglia — il modo migliore per prepararsi alle tappe dei giorni che verranno. 

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GIORNO 2 - IL RESPIRO DEL MARE E L'ANIMA POST INDUSTRIALE DI COPENAGHEN

Il secondo giorno si apre con una camminata che è forse il biglietto da visita più fotografato della capitale danese: Nyhavn, il porto antico costruito nel Seicento, dove le case dai colori pastello si riflettono sull’acqua come un acquerello nordico. È il luogo dove soggiornò Hans Christian Andersen, e dove oggi la vita scorre lenta tra barche, caffè e biciclette che passano leggere sulle assi di legno. 

 

Da qui la rotta verso la Sirenetta è una lunga linea d’acqua, un passaggio graduale dall’euforia cromatica di Nyhavn alla malinconia silenziosa del simbolo più celebre della città. La statua è piccola, schiva, quasi timida. Ma vista dal vivo racconta la vera essenza danese: essenzialità, poesia, sobrietà.   

 

Proseguo verso Christiania, il celebre quartiere autogestito nato nel 1971, ancora oggi un unicum europeo seppur reso più commerciale e turistico. Tra murales, officine di biciclette, piccoli caffè, gallerie d’arte, un market di souvenir, qualche ristorante e un palco per concerti, Christiania conserva un'identità ribelle e gentile insieme, fatta di sostenibilità, socialità e indipendenza. Un mondo a parte, ma profondamente integrato nell’anima di Copenaghen. Qui, come chi c'è stato saprà, non vanno matti per i servizi fotografici, dunque - per rispetto - pubblicherò solo alcune immagini tra quelle scattate nei punti dove non c'era il murales di divieto.

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REFSHALEØEN: ARTE, TECNOLOGIA, UTOPIE, FUOCO NORDICO E GHIACCIO

 

Lasciata Christiania, imbocco la camminata (circa 2 chilometri e mezzo) che porta verso Refshaleøen, ex distretto industriale e oggi uno dei laboratori creativi più interessanti d’Europa. Arrivarci a piedi ha un fascino particolare: l’acqua, il vento, le geometrie dei vecchi capannoni, i container accatastati come mattoni di un nuovo paesaggio urbano.

 

Qui l’atmosfera cambia radicalmente. Refshaleøen è ruvida, viva, post-industriale, e soprattutto autentica. È la “terra promessa” della creatività nordica contemporanea. Appena arrivato, mi immergo nell’energia del luogo. Il mercato street food Reffen (chiuso in inverno) è ormai un’istituzione: cucine del mondo, DJ set, workshop, laboratori, performance. Ma anche senza la piena operatività stagionale, la zona resta un serbatoio di idee. 

 

Intorno a me, container riconvertiti in atelier, spazi condivisi, laboratori di falegnameria, sale prova, serre urbane e la ex area saldatura dei cantieri B&W, oggi trasformata nel tempio dell’arte contemporanea: Copenhagen Contemporary.

Il CC occupa oltre 7.000 mq di capannoni industriali, oggi convertiti in uno dei più importanti centri d’arte del Nord Europa. Qui ogni mostra è un viaggio nell’immaginazione, un incrocio di tecnologia, scienza, filosofia e poesia visiva.

 

In questo periodo, l’intero spazio vibra grazie alla mostra Soft Robots, visitabile sino al 19 aprile 2026, una riflessione potentissima e sensoriale sul rapporto tra esseri umani, macchine, identità digitali e futuro tecnologico. Il percorso espositivo è immersivo, provocatorio, a tratti quasi ipnotico. Le opere di 15 artisti esplorano la nuova ecologia tecnologica, il nostro “doppelgänger digitale” tra avatar, IA e algoritmi, il confine tra corpo e macchina, le paure e i desideri che proiettiamo nei robot e infine la ricerca dell’anima nel futuro ipertecnologico.  

 

Il concept trae ispirazione dalla fiaba ottocentesca dell’Usignolo di Andersen: quando l’uccello meccanico, perfetto e scintillante, viene preferito al canto imperfetto ma vivo dell’usignolo reale. Una metafora attualissima sul rischio che la tecnologia riproduca tutto, tranne ciò che ci rende davvero umani. Molte opere sono state sviluppate appositamente per il CC, e alcune provengono dal prestigioso programma Collide Copenhagen, realizzato insieme al CERN di Ginevra. Uscire dalla mostra è come riemergere da un sogno: la sensazione è che l’arte sia ancora uno degli ultimi spazi dove possiamo riflettere senza giudizio, senza fretta e senza algoritmi.

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LA VISIONE DI ALCHEMIST, URBAN RIGGER E L'ATMOSFERA HYGGE DI TOLL HAVS KIOSK

 

A pochi passi dal CC, attirati da un sottofondo musicale quasi sacro, appare la gigantesca porta neogotica dell’Alchemist, il ristorante pluristellato di Rasmus Munk. Non ci si accede bussando. Non basta neppure un “apriti sesamo”: qui si entra solo prenotando mesi prima.

 

L’Alchemist non è un ristorante: è una dimensione parallela, un teatro gastronomico dove ogni piatto diventa una performance e la cena dura circa 6 ore. È celebre per la sua cucina olistica, che fonde scienza, sostenibilità, storytelling, arte plastica, attivismo sociale e design.

 

Rasmus Munk, chef visionario per definizione, è oggi al centro dell’attenzione mondiale per il progetto della prima cena nello spazio della storia: un viaggio stratosferico a bordo dello Spaceship Neptune, oltre i 30.000 metri di quota, con menu futuristici ispirati all’esplorazione cosmica, agli aerogel e alle proteine luminescenti delle meduse. Costo? Quasi 500.000 euro. Un’esperienza per pochi, ma un’idea che racconta bene l’ambizione di uno chef che vede la cucina come arte totale.

Dopo questa suggestione, continuo la mia esplorazione verso un'altra zona iconica della Copenhagen contemporanea: Urban Rigger, il complesso di container abitativi ideato dall’architetto Bjarke Ingels e trasformato in moduli galleggianti per studenti. Una risposta creativa alla carenza di alloggi e un modello di sostenibilità urbana. Qui tutto parla di futuro: riciclo, design, energia solare, comunità. Poco più avanti, la penisola rivela un altro lato ancora: spazi deserti e affascinanti, come una cartolina di un mondo possibile fatto di libertà, acciaio, vento e acqua.

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La fame arriva al momento giusto. Per fortuna, trovo rifugio nel piccolo Tolv Havs Kiosk, un chiosco minimalista affacciato sull’acqua. Ordino uno smørrebrød e un bicchiere di vino rosso naturale. Mi sistemo accomodo al suo interno e osservo dalle finestre il vento che spinge le nuvole basse nel cielo del Nord. Un momento di vera hygge: calore nell’aria fredda, lentezza nel ritmo urbano, un sorriso scambiato con gli altri avventori. È il Nord che amo: essenziale, sincero, profondo.

 

Inutile dire che Refshaleøen di sera è pura poesia post-industriale: camini arrugginiti, container colorati, luci che si riflettono sull’acqua, club improvvisati, laboratori creativi, serre urbane, perfino una “Little Siberia” dove i più coraggiosi si tuffano nell’acqua gelida. Lascio a malincuore tutto questo e rientro per cena all’Annex – Absalon Hotel con il bus 2A, che collega direttamente la zona al cuore della città. Si chiude così una seconda giornata intensa, in bilico tra avanguardia e tradizione, mare e vento, design e sottoculture. To be continued...LEGGI LA SECONDA PARTE DEL REPORTAGE

 

© Maurizio Maschio – Il G-Astronauta Comunicazione. Tutte le immagini contenute in questo reportage sono protette da copyright.

 

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